Amico immaginario: perché non preoccuparsi

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Molti genitori nutrono preoccupazione o apprensione quando il proprio bambino, cominciando a dialogare e interagire, racconta seraficamente di vicende o discorsi di cui si rende protagonista un amico tanto reale per il piccolo quanto inesistente per gli adulti.

Le paure principali si incentrano sulla sensazione che il proprio bambino, concedendosi questa fantasia con l’amico immaginario, si allontani dalla realtà, che perda il contatto con essa e che crescendo possa non riuscire ad adattarsi all’ambiente e al gruppo di coetanei, rimanendo solo.

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Ma esistono altre prospettive da cui guardare per le quali si possa ritenere la presenza dell’amico immaginario piuttosto innocua, se non addirittura utile allo sviluppo psico-emotivo di un individuo in fase di crescita.

Amico immaginario: Chi è?

L’amico immaginario può essere una bambola, un peluche, la copertina preferita, qualsiasi oggetto che ha un valore affettivo per il bambino, a cui egli attribuisce un’anima, se così vogliamo dire.

L’oggetto diviene un vero compagno di giochi, ma anche molto di più: è la proiezione da parte del piccolo delle proprie paure, delle speranze, della propria visione del mondo, e con esso egli riesce ad interagire, sperimentando in maniera innocua e indolore possibilità infinite di eventi che nella realtà potrebbero verificarsi.

Ad un figlio dai due anni anche fino ai 9/10, tante cose sono ancora sconosciute e l’attenzione è rivolta essenzialmente alla conoscenza di sé e del mondo circostante.

Vivere questa “esplorazione” insieme ad un amico che può esserci sempre, di giorno e di notte, nei momenti felici ed in quelli tristi, diventa un’esperienza molto più facile e anche più appassionante: quando non si è da soli, la paura si placa, i segreti si possono condividere, la rabbia si può placare.

L’amico immaginario è, un po’ come quando si raccontano le fiabe ai bambini, un modo intenso e alla portata della possibilità dei piccoli di vivere nuove esperienze, prendendo coscienza delle proprie emozioni, imparando ad avere una visione di ciò che è buono e di ciò che è cattivo, di specchiarsi in una sorta di specchio che riflette se stesso in luoghi e tempi infinitamente variabili.

L’adulto e la gestione dell’amico immaginario

Per prima cosa la mamma ed il papà possono tranquillizzarsi: l’amico immaginario non vivrà nella vostra casa per sempre.

Generalmente intorno ai 10 anni il ragazzino avrà la capacità istintiva di sostituire la relazione con il suo “alter ego” con quella con uno o più dei suoi coetanei.

A differenza di molti bambini che devono ancora imparare come ci si relazioni con gli altri, chi ha vissuto un’infanzia in compagnia dell’amico immaginario pare avere più dimestichezza con il lavoro di intrecciare buoni rapporti, perché da sempre si è abituato a pensare per due, a decentrarsi, uscendo gradualmente da quell’egocentrismo tipico dell’infanzia.

Dal punto di vista psico-sociale, questa propensione riveste un’enorme importanza, e diviene trainante anche per gli altri bambini, che riconoscono un che di “adulto” in quel bambino aggregante, e quasi sempre ne accettano la leadership.

Il genitore che intende agevolare il sereno evolversi della relazione del proprio bambino in compagnia del suo amico, dovrebbe cercare di comportarsi con naturalezza, chiedendo di tanto in tanto informazioni su come stia, cosa faccia, cosa gli piaccia…, in questo modo riuscirà in maniera indiretta a farsi dire dal proprio figlio qualcosa su di sé, sulle proprie paure, speranze, desideri.

Unire le forze per far crescere i propri figli

Il punto è questo: se mettiamo da parte la paura di qualcosa che non capiamo, che non ci va di accettare, che pensiamo sia inutile o dannoso, può diventare qualcosa che invece supporta il nostro sforzo per raggiungere un obiettivo.

In questo caso conoscere ed integrare nella funzione educativa tutto il buono che un amico immaginario può offrire, anziché ostacolarne l’esistenza, sicuramente può essere un valido aiuto per dare al bambino la sensazione di essere davvero riconosciuto ed accettato, sia nei suoi lati “convenzionali” che in quelli che all’apparenza paiono diversi e che sono in effetti la vera essenza della individualità di ciascuno.

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